Il consigliere agli Stati Josef Dittli (PLR/UR) critica il Consiglio federale per la sua gestione della politica di sicurezza, definendola inadeguata alle sfide attuali e denunciando l’incremento del budget dell’esercito, che dovrebbe crescere almeno dell’1% del PIL, come troppo lento. In un’intervista rilasciata alla Neue Zürcher Zeitung, Dittli sottolinea la necessità di bilanciare misure di risparmio e nuove risorse finanziarie, preferibilmente senza alzare le tasse.
Dittli ha osservato che il Consiglio federale ha tenuto due riunioni a porte chiuse a dicembre su insistenza quasi imperativa della Commissione della politica di sicurezza. Egli stesso membro della commissione, Dittli critica che «non sia mai positivo quando il Parlamento deve sopperire al lavoro del governo». Sottolinea che da quattro anni l’Ucraina subisce attacchi russi e solo ora il Consiglio federale presenta una proposta per il finanziamento della difesa nazionale, giudicandola tardiva.
Dittli, diplomato dell’Accademia militare del Politecnico federale di Zurigo e ufficiale di professione, sostiene che l’Esercito svizzero non ha problemi di credibilità ma evidenzia la criticità di poter equipaggiare per il combattimento solo un terzo dei soldati in caso d’emergenza. Per oltre trent’anni le spese per la difesa nazionale sono state ridotte, approfittando dei benefici della pace. Ora propone di rivolgere l’attenzione verso settori che hanno accumulato risorse e attingervi.
L’uomo politico esperto in questioni di sicurezza suggerisce di contenere la spesa nella cooperazione internazionale (CI), cresciuta del 120% negli ultimi 25 anni, mentre l’esercito è stato depauperato. Pur non volendo abolire la CI, propone di riportarla al livello di dodici anni fa: «Allora nessuno rimproverava alla Svizzera di mancare solidarietà», ricorda Dittli. Egli stima che questo permetterebbe un investimento di circa dieci miliardi di franchi nell’esercito nei prossimi dodici anni, con ulteriori risparmi possibili nel personale federale.